"Pubblichiamo questo interessante articolo del quotidiano il manifesto, in cui si evidenzia che non è stato possibile non far attraccare la nave piena di armi Bahri Yaubu, a Genova, perché la segreteria della CGIL non ha voluto indire lo sciopero come richiesto dagli stessi lavoratori portuali e ha abbandonato a sé stesso di fatto il Rappresentante preposto alla sicurezza sul lavoro, che deve ufficialmente presiedere al controllo delle operazioni di attracco della nave, mettendolo nelle condizioni di non ottemperare alle sue mansioni richiamandosi alla obiezione di coscienza, che, come è noto, tutte le eventuali conseguenze giuridiche ricadrebbero solo sul soggetto che fa obiezione di coscienza, mentre invece nel caso di adesione ad uno sciopero conclamato da una organizzazione sindacale riconosciuta, come la CGIL, sarebbe stato tutelato totalmente dalla legge in vigore e dalla Costituzione. Ancora una volta la CGIL ha dimostrato da che parte sta, non avendo preso le necessarie decisioni che avrebbe dovuto prendere, dopo essersi dichiarata a parole a favore dei CALP, promotori delle giuste proteste contro l'attracco nel porto di Genova di navi cariche di strumenti bellici, destinati a conflitti bellici che hanno visto conclamati stragi umanitarie di bimbi e civili. La CGIL ha perso nuovamente l'occasione di portare avanti la lotta di classe contro le guerre imperialiste che colpiscono popolazioni inermi e imperversano nel nostro pianeta. Così facendo la CGIL delega le lotte su un piano etico e personale e non politico, e sociale, abbandonando a sé stessi le giuste lotte dei lavoratori e quella parte più combattiva dei propri rappresentanti. L'amarezza dei giovani portuali dei CALP, che si sono spesi tanto per questa giusta battaglia e che hanno avuto anche il plauso ufficiale persino del Santo Padre, è comprensibile, ma vorrei osservare che essersi alleati e essersi fidati della CGIL non li ha ripagati e questo serva loro di monito in futuro. La CGIL, come andiamo denunciando da tempo, è ormai un'organizzazione che ha abbandonato la classe lavoratrice che asserisce di rappresentare, ma è un carrozzone burocratico connivente con il padronato e con i partiti della pseudo sinistra istituzionale. E' l'ora che i lavoratori prendano coscienza di ciò e inizino ad auto organizzarsi per portare avanti le loro lotte e cercare di raggiungere i loro obiettivi di classe.
Circolo Culturale Proletario di Genova"
Bahri Yanbu a Genova, proteste e polemiche
Nina Valoti, 18.02.2020, “Il Manifesto”
Traffici letali. Il cargo saudita carico d’armi attracca in porto «aggirando» la legge. Camalli costretti a lavorare: «L'obiezione di coscienza non ci basta»
Il presidio fuori il porto di Genova contro l’attracco della Bahri Yanbu
© Ansa
Doveva
arrivare oggi. Ma pur di destare meno attenzione, la Bahri Yanbu ha accelerato
la sua marcia e, passato lo stretto di Gibilterra in tutta fretta è arrivata a
Genova ieri mattina attorno alle 10 e trenta. Senza però cogliere di sorpresa i
camalli e i pacifisti che già lo scorso maggio avevano contestato l’attracco al
cargo saudita che trasporta armi per la guerra in Yemen.
Proprio il successo del maggio scorso ha portato alla decisione di militarizzare
il porto: ingresso proibito a chi non lavora, varchi presidiati dalle forze
dell’ordine. Così ieri mattina gli attivisti sono dovuti rimanere lontani dalla
nave, tenendo il presidio sotto ponte Etiopia in via Lungo Mare Canepa a
Sampierdarena.
Anche da lì però hanno fatto sentire la loro voce un centinaio di attivisti dei partiti della sinistra e di Amnesty con lo striscione «Shame» («vergogna»), cori e fumogeni per protestare contro l’attracco. Un presidio che si è sciolto solo alle 15.
Venerdì la Cgil – a cui il Calp aveva chiesto di indire uno sciopero cittadino – aveva tenuto un presidio concluso con l’incontro con il prefetto a cui era stata richiesto «maggior controllo, rispetto della Costituzione e della risoluzione parlamentare sulla sospensione di fornitura di armi in Yemen».
AD APPOGGIARE IL PRESIDIO e la protesta dei camalli ieri mattina è arrivata anche la voce di monsignor Giovanni Ricchiuti, presidente di Pax Christi: «Esprimo la mia solidarietà ai lavoratori del porto che si rifiutano di collaborare per non essere complici della guerra. Anche papa Francesco aveva detto “hanno fatto bene”. Da tempo denunciamo questa situazione in cui anche l’Italia vende armi, prodotte dalla Rwm, all’Arabia Saudita che poi le usa per bombardare lo Yemen. Tutto questo è inammissibile».
IN PORTO LA TENSIONE era palpabile. Il Calp – il Collettivo autonomo lavoratori portuali – aveva aperto «un canale informativo con il ministero degli esteri per chiedere, ai sensi della legge 185 del 1990 che norma il transito sul suolo italiano delle armi, che la nave non potesse attraccare – spiega un delegato Filt Cgil che fa parte del Calp – . Ma dal ministero ci hanno fatto sapere che non era applicabile alla guerra in Yemen in quanto dal punto di vista formale è il governo, seppur fantoccio, dello Yemen ad aver chiesto l’intervento dell’Arabia. Insomma, hanno usato un cavillo per far attraccare la nave, pur sapendo che portava armi per una guerra che sta producendo una strage umanitaria».
NON
POTENDO EVITARE l’attracco, il Calp puntava a bloccare le operazioni sulla
Bahri Yanbu. «Una nostra delegazione – continua il membro del Calp – ha chiesto
di incontrare l’Rls (Rappresentante dei lavoratori per la sicurezza, ndr) del
molo Cmp dove la nave ha attraccato. Lui per primo si era informato con la
segreteria della Cgil per astenersi dal lavoro e ci ha riferito che gli era
stato risposto che l’avrebbe potuto fare come “obiezione di coscienza”. Ma
l’obiezione di coscienza ricade totalmente sul lavoratore e molti compagni precettati
non se la sono sentita, decidendo alla fine di lavorare per non rischiare
conseguenze in futuro», commenta amaro il delegato.
Alla fine dunque sulla Bahri Yanbu «sono stati imbarcati due trattori, cinque
camion senza rimorchio e un ampio tonnellaggio di lingotti di alluminio».
Dunque non materiale militare, come accadde a maggio quando fu bloccato dalla
protesta dei camalli e delle organizzazioni pacifiste il carico di un
generatore elettrico a uso militare.
UNA DIFFERENZA CHE NON LENISCE l’amarezza del Calp: «Sulla nave si vedevano a vista c’occhio le armi trasportate nei container di coperta, non in stiva», denunciano i delegati. Preoccupati che altre navi piene d’armi «con questo stratagemma possano tornare a Genova».